domenica 22 agosto 2010

Nella lezione di Rosmini l’indicazione della Chiesa: riforma solidale e unitaria (Oscar Giannino)


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Su segnalazione di Eufemia leggiamo:

Nella lezione di Rosmini l’indicazione della Chiesa: riforma solidale e unitaria

Oscar Giannino

Roma. C’è da augurarsi che la politica italiana non equivochi il giudizio sul federalismo pronunciato ieri dal presidente della Cei. Chiunque lo accogliesse come espressione di avversione tutta contemporanea alle tesi sostenute da questo o quel partito, mostrerebbe di ignorare e misconoscere il travagliato percorso a nome del quale il cardinal Angelo Bagnasco ha parlato. L’arcivescovo di Genova si è riferito alla formula federalista assai cara ad Antonio Rosmini, il più grande cattolico liberale dell’Ottocento italiano, membro della Chiesa e fondatore di ordini, ma che proprio per la sua fortissima convinzione di patriota ha dovuto aspettare il 146° anniversario della sua morte, nel 2001, per ottenere dalla Congregazione della dottrina per la fede - guidata allora da Joseph Ratzinger - la piena riabilitazione dalla condanna comminata a 40 delle sue proposizioni dallo stesso Sant’Uffizio, a 34 anni dalla morte. La piena riabilitazione di Rosmini e la sua recente beatificazione sono espressione della Chiesa del Duemila, e vengono decenni dopo che Paolo VI, nel centenario allora dell’Unità italiana, fu il primo Pontefice a salutare come evento davvero provvidenziale, la fine del dominio temporale dei Papi. A Rosmini, finché fu in vita e per lungo tempo dopo, fu fatale l’avversione alla sua fede nell’Italia-Nazione alimentata dal partito intransigentista del cardinal Antonelli, dall’ala della Chiesa responsabile di quel voltafaccia di Pio IX alla causa nazionale che decretò il sorgere della questione romana, dopo la prima fase di fecondo allineamento della Chiesa alla prima guerra d’Indipendenza e alle Costituzioni liberali. L’elogio del presidente della Cei al federalismo di Rosmini, dunque, è la piena coerenza della Chiesa italiana a ciò che per lungo tempo ha negato, ferita dal fatto che la soluzione storica al problema della causa nazionale italiana sia stata infine l’unica possibile, dopo il voltafaccia papale del 1848: e cioè l’Unità realizzata per annessione da parte del Regno Sardo dei Savoia, invece di quella formula federalista che nel 1848 era programma comune tra Torino e Roma, con sostenitori cattolici di prima fila come Rosmini e Gioberti, ma che ancora era il vero proposito di Cavour, allorché a Plombières riuscì a convincere 10 anni dopo Napoleone III alla causa italiana. Se l’Italia divenne Nazione unitaria, centralizzata e senza federalismo, fu perché nella Chiesa al momento decisivo Rosmini non venne ascoltato. Didendere il federalismo di Rosmini oggi, da parte della Cei, significa dunque propugnare il federalismo vero. Quello che non ha nulla a che fare con la secessione, che al contrario è un rischio concreto solo se continuiamo con un ordinamento che in concreto obbliga i residenti in alcune regioni ad accollarsi costi e tasse per ciò che una cattiva politica e una pessima amministrazione dilapidano in altre regioni. Il federalismo che piace alla Chiesa non è un fine, è uno strumento. Il fine in quanto tale è la sussidiarietà, che mette al centro di tutto la persona e la famiglia, e che consente la miglior risposta alle esigenze individuali e collettive quanto più vicino possibile ad esse, da parte non solo delle articolazioni della pubblica amministrazione, ma dal più esteso concorso di libere associazioni, volontariato, privato sociale, istruzione paritaria, sanità e previdenza e assistenza frutto del libero gioco dei corpi intermedi. Il federalismo che unisce e non che divide, di cui ha parlato Bagnasco, è quello che valorizza al massimo le peculiarità storiche dei diversi territori, le misericordie di centro Italia e le scuole cattoliche, il no profit del cinque per mille di ogni tendenza culturale. È un appello serio e meditato. Se la politica italiana segue questa strada, eviterà di contrapporre interesse del Nord a quello del Sud, e di spaccarsi in crociate contrapposte mandando all’aria proprio l’attuazione di quella delega sul federalismo che è oggi nell’agenda politica. Una credibile perequazione per quei territori che, non più amministrabili attribuendo loro i trasferimenti secondo il criterio della spesa storica, non hanno però risorse fiscali adeguate al proprio sostentamento, e un orizzonte temporale suifficientemente lungo e ragionevole, per realizzare la convergenza verso conti virtuosi e condivisi partendo dal disastro attuale: di questi due pilastri tecnici, ha bisogno il federalismo che unisce di cui ha parlato ieri sua eminenza Bagnasco. Diamogli retta. Tutti avremo di che guadagnare.

© Copyright Il Mattino, 21 agosto 2010

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