mercoledì 21 luglio 2010

Tutte le monache del presidente. Intervista alla badessa e alla priora del monastero cistercense di Santa Susanna al Quirinale (Gori)


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Intervista alla badessa e alla priora del monastero cistercense di Santa Susanna al Quirinale

Tutte le monache del presidente

di Nicola Gori

A pochi passi dal Quirinale da più di quattro secoli vive la comunità di monache cistercensi di Santa Susanna. Per la loro collocazione alcuni le considerano fortunate, altri un po' meno. Nel corso del tempo questa prossimità al palazzo dei capi di Stato, ha condizionato direttamente o indirettamente la loro esperienza monastica. D'altronde, non è cosa comune che delle monache abbiano come vicini di casa i corazzieri. Vicine dei Papi prima, dei re d'Italia e dei presidenti della Repubblica poi, hanno sempre avuto come principale intenzione di preghiera quella a favore dei governanti. E le occasioni per farlo non sono mai mancate. A cominciare dalle angherie di Napoleone, passando per la nascita del Regno d'Italia, ai drammi delle guerre, fino ai problemi dei nostri giorni. Attualmente, la vita delle sedici monache della comunità si svolge secondo l'antica tradizione cistercense inaugurata da san Bernardo, come ci spiegano la badessa, madre Assunta Cappiotti e la priora, madre Roberta Cappiotti, nell'intervista al nostro giornale.

Per la collocazione in prossimità del Quirinale vivete da secoli accanto alla residenza dei Pontefici, dei re d'Italia e adesso dei presidenti della Repubblica. Come incide questa vicinanza?

Le nostre madri anziane ci parlavano spesso del loro legame con il palazzo del Quirinale, quando vi risiedeva il Pontefice. Ci raccontavano di alcuni episodi avvenuti al tempo di Pio ix e della sua visita al monastero. Nelle cronache troviamo eco delle soppressioni, dei soprusi di Napoleone, della breccia di Porta Pia. Si legge che i soldati francesi entrarono nel Quirinale con delle scale spaccando alcune finestre. Data la vicinanza con il palazzo, le monache erano al corrente di molti dettagli di quanto avveniva all'interno della corte pontificia prima, e di quella reale, poi. Sicuramente, c'erano delle persone che, conoscendo bene le monache, raccontavano loro i dettagli e gli episodi che avvenivano all'interno delle stanze. Nonostante le soppressioni, la nostra comunità, però, è sempre rimasta in questo monastero, anche se al tempo di Napoleone, le monache dovettero indossare abiti civili per non essere cacciate.

E adesso che i Papi non risiedono più al Quirinale?

Il rapporto con i nuovi inquilini è abbastanza buono. Quando Francesco Cossiga era il presidente della Repubblica eravamo abituate a vederlo di frequente. Veniva per partecipare alla messa e visitare la comunità, fermandosi anche a colazione. Diceva che il nostro monastero avrebbe potuto esistere per sempre, perché era il parafulmini del Quirinale. Anche con il presidente Ciampi i rapporti furono molto cordiali. Quando fu inaugurato un affresco nella nostra chiesa, venne la consorte, signora Franca, a presiedere la cerimonia. Non solo i presidenti della Repubblica sono nostri vicini, lo sono anche i corazzieri. Anzi, sono proprio loro che abitano accanto a noi, dopo che a seguito delle soppressioni e dell'incameramento dei beni ecclesiastici del xix secolo, buona parte del monastero venne confiscata e adibita a caserma. Data la posizione, la nostra comunità sente veramente l'impegno di pregare per i governanti.

Pur mutando i tempi, come vivete la fedeltà e il vincolo con i Successori di Pietro?

Il Papa è il nostro vescovo e il nostro superiore. Attraverso la preghiera e il sacrificio siamo vicine al Pontefice, specialmente nei momenti di prova. Per meglio motivare le nostre preghiere ci informiamo degli avvenimenti ecclesiali tramite la Radio Vaticana e "L'Osservatore Romano". Ci sentiamo molto unite con il Papa, per la sua ammirazione e il suo legame con l'ordine benedettino.

Nel XVI secolo entrò nel monastero la sorella di Sisto v che dette grande impulso alla comunità. Può spiegarci perché fu così importante?

La sorella di Papa Peretti, Camilla, che viveva nella villa di famiglia nei pressi di Termini, è considerata la nostra prima benefattrice. Si deve fare un passo indietro per risalire alle origini della comunità e comprendere l'importanza della sua opera. Nel 1368 un prete romano, don Francesco Sclavi de Foschi, insieme con altri sacerdoti e fedeli fondò la confraternita di san Bernardo. La sua sede era nella chiesa di Santa Maria Scala Caeli, che si trovava nei pressi dell'abbazia delle Tre Fontane. La confraternita aveva come finalità la diffusione della devozione al più grande mistico cistercense. Gli iscritti dovevano impegnarsi a recitare alcune preghiere in suo onore, digiunare alla vigilia della sua festa e assistere, il primo mercoledì di ogni mese, a un sermone. Le elemosine che venivano raccolte andavano a beneficio delle famiglie povere. Durante il pontificato di Niccolò v, dato che la chiesa di Santa Maria Scala Caeli era troppo lontana dalla città, vennero costruiti un nuovo edificio liturgico e un cimitero per i sodali nella proprietà lasciata da don de Foschi. Il luogo scelto era vicino alla Colonna Traiana, per questo la nuova chiesa venne chiamata San Bernardo alla Colonna Traiana. Essa, in parte, esiste ancora, ma è conosciuta con il nome del Santissimo Nome di Maria, perché nel 1694 le monache la donarono all'omonima confraternita. Nel corso dei secoli i Pontefici concessero molti privilegi alla confraternita. Basti ricordare che Paolo v permise, nel giorno della festa del santo, la grazia di liberare un condannato a morte.

Come si arriva dalla confraternita alla fondazione del monastero?

Nel 1585 la confraternita, vedendo che la semplice distribuzione di pane ai poveri non soddisfaceva completamente gli iscritti nel loro intento di aiutare il prossimo, decise di fondare un monastero con un educandato per le fanciulle. La bolla pontificia di erezione è del 9 febbraio 1586. In essa viene stabilito che le monache dovevano appartenere all'ordine cistercense e che la loro residenza sarebbe stata la chiesa dei Santi Vito e Modesto, nei pressi di Santa Maria Maggiore. Il 15 luglio seguente Sisto v permise l'erezione di un collegio per l'educazione delle ragazze povere. Ben presto gli ambienti della chiesa dei Santi Vito e Modesto risultarono troppo piccoli, così Sisto v concesse la chiesa di Santa Susanna con i terreni annessi. Il 23 dicembre 1587 tre monache professe, 19 novizie e cinque ragazze si trasferirono nella nuova sede. Camilla Peretti, sorella del Pontefice, si prodigò molto per l'erezione del monastero e ogni anno, nella festa di san Lorenzo, offriva la dote a dieci ragazze povere del collegio di San Bernardo. Aiutò anche economicamente le monache nell'estinguere i debiti contratti per l'ampliamento del monastero di Santa Susanna. A sue spese fece costruire anche la cappella di San Lorenzo.

Qual è il legame del monastero con quello di Santa Cecilia in Trastevere?

Dopo l'erezione del monastero per opera di Sisto v, la confraternita volle dare una solida formazione alla nuova comunità monastica. Ottenne dal Pontefice il permesso che tre monache di Santa Cecilia in Trastevere venissero trasferite nel nuovo monastero. Il 12 dicembre 1586 giunsero Felice Maura Perfetta Maccabea, nominata badessa, Deodata Avila, maestra delle novizie ed Eugenia Ficardi da Cipri. Le tre fecero professione l'11 giugno 1587 nella chiesa dei Santi Vito e Modesto e indossarono il nuovo abito cistercense. Da allora il legame con il monastero di Santa Cecilia in Trastevere non si è mai interrotto.

Quali sono le caratteristiche e l'attualità del carisma cistercense?

La caratteristica principale è la semplicità, seguita dalla povertà, dalla solitudine e dal silenzio. La riforma cistercense del xii secolo pose molta attenzione al lavoro manuale, l'importanza del quale rappresenta la primaria differenza tra noi e le benedettine. Loro prediligono il lavoro intellettuale, mentre noi quello manuale. L'ordine ha poi un proprio rituale in ambito liturgico. Per esempio alla preghiera del Padre Nostro manifestiamo anche con le braccia pendenti ai fianchi l'attenzione alla parola di Gesù. Al Vangelo non facciamo i tre segni: sulla fronte, sulla bocca, sul cuore, ma il segno della croce. Il crocifisso non sta al lato dell'altare, ma dietro. La croce è di legno, spoglia e senza il Cristo inchiodato. L'altare è rivolto verso il popolo. I cistercensi l'hanno sempre avuto così, prima ancora della riforma liturgica. Durante la messa poi si incensano solo le offerte e si passa il turibolo intorno all'altare e alla croce. Non si incensa né il sacerdote, né il popolo. Altra particolarità è che non vi sono immagini nelle chiese cistercensi, né altari laterali, né fiori sull'altare. Il tutto in ossequio alla sobria frugalità che contraddistingue il nostro ordine. Anche nella Settimana santa seguiamo la nostra tradizione. Il nostro canto gregoriano si differenzia da quello delle benedettine. San Bernardo voleva che tutti i monaci potessero cantare il gregoriano e non solo la schola. Per questo, lo semplificò, rendendolo più facile.

Nonostante le soppressioni e le confische il monastero cela ancora tesori d'arte?

Basti ricordare il ritrovamento di importanti affreschi sotto l'ex navata sinistra nella chiesa di quella che fu la basilica di Leone iii. Il nostro cappellano, padre Domenico Pacchierini, aveva intuito vi fossero dei reperti interessanti in quella zona del monastero. Nel 1990 capitò l'occasione di ripavimentare l'ambiente per risanarlo dall'umidità. Noi incoraggiammo e finanziammo il lavoro di alcuni giovani studenti che, sotto la direzione scientifica della cattedra di archeologia cristiana dell'università La Sapienza di Roma, iniziarono diverse campagne di scavo. Le prime ricerche portarono alla luce la testimonianza di un sepolcreto urbano di una certa importanza. Vennero scavate tre tombe contigue a cappuccina, una terragna foderata e coperta di lastre di marmo e un sarcofago romano del ii secolo in cui furono trovati frammenti di dipinti murali accuratamente disposti sopra un supporto. Ci accorgemmo poi che i frammenti erano stati volutamente staccati con cura dal muro di sostegno e conservati in quel luogo. Vista l'importanza del ritrovamento, il recupero degli intonaci venne affidato all'Istituto centrale del restauro. Per estrarre i circa settemila frammenti dall'interno del sarcofago ci vollero sei mesi: dal settembre 1991 alla fine di marzo 1992. Per il lavoro di ricomposizione occorsero otto anni. La datazione degli affreschi è dubbia, il solo punto certo è il termine dopo il quale non possono essere stati eseguiti: il periodo degli interventi di Leone iii negli anni 798-799. Forse potrebbero risalire al pontificato di Giovanni ii, o poco prima, Coinciderebbero così con i rifacimenti ordinati da Papa Sergio i, di cui parla il Liber pontificalis. Il paziente lavoro dei restauratori ha permesso di ricomporre un pannello raffigurante la Vergine in trono con il bambino sulle ginocchia tra due sante. Le quattro figure sono rappresentate di fronte, su uno sfondo blu d'Egitto. Un altro gruppo di frammenti ha restituito una decorazione a forma di timpano, con al centro l'Agnello apocalittico di colore bianco su sfondo blu d'Egitto. L'Agnello è ritto sul libro dai sette sigilli e con la testa rivolta all'indietro.

Come si sostenta la comunità? Vi sono attività e lavori particolari che vi contraddistinguono?

Un tempo si facevano le tonache e gli scapolari di tutti i monaci cistercensi d'Italia. Avevamo le misure di ogni confratello. Altro introito veniva dal ricavato del lavoro di cucitura di vesti talari, paramenti liturgici, di collari delle Guardie Svizzere Pontificie, di tonache e addobbi per il Collegio etiopico. Altro lavoro molto pesante era il lavaggio e la stiratura della biancheria del Pontificio Collegio germanico-ungarico, e di quella di varie abbazie romane e collegi ecclesiastici. Adesso ricamiamo dei centri per la tavola e dei piccoli lavoretti fatti a mano.

(©L'Osservatore Romano - 21 luglio 2010)

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