martedì 14 settembre 2010

Una ferita che brucia da cinque secoli. Il commento di Franco Cardini al viaggio del Papa in GB


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Una ferita che brucia da cinque secoli

Storia Lungo ma non impossibile il cammino per ricucire lo strappo voluto da Enrico VIII

Franco Cardini

E' un avvenimento davvero epocale ma sembra che se ne siano accorti in pochi. In fondo, se il Papa va in Cina, o in Israele, o in un Paese Musulmano, o in America Latina, o in Africa, questo sì che è uno scoop.
Ma che vada in Inghilterra, un paese vicino, amico, occidentale, cristiano, civile, dov'è la notizia? Chi ragiona così trascura un paio di cosucce degne di venir sottolineate. In Inghilterra, almeno fino a poco tempo fa, un cattolico non poteva diventar primo ministro; se l'erede al trono si fosse convertito al cattolicesimo, avrebbe dovuto abdicare (ciò vale ancora, dal momento che il sovrano d'Inghilterra è capo della Chiesa nazionale anglicana: una sua conversione al cattolicesimo coinciderebbe ovviamente con la fine dello scisma avviato nel XVI secolo da Enrico VIII). Sua Maestà Britannica tiene in piedi, almeno in Ulster, una legislazione in parte segregazionista nei confronti dei cattolici. Resterà tutto uguale, dopo la visita di Benedetto XVI? Non va inoltre dimenticato che l'incontro tra il papa e la regina d'Inghilterra è non solo quello tra due capi di altrettante Chiese, la cattolica e l'anglicana, ma anche di due stati monarchici entrambi privi di costituzione: la monarchia assoluta vaticana e la monarchia parlamentare britannica. Due sovrani a tutt'oggi rimasti gli unici a venir incoronati secondo un rito sacramentale cristiano, dal momento che ormai più nessuna delle residue monarchie occidentali - nemmeno quella della "cattolicissima"(?!) Spagna - usa più né benedire le corone, né consacrare i re e le regine. La Chiesa cattolica sta attraversando un momento difficile, tra scandali, contestazioni interne più o meno esplicite e persecuzioni che seminano vittime tra i sacerdoti e i fedeli. I recenti problemi legati ai casi di pedofilia in cui sono coinvolti dei religiosi hanno colpito dolorosamente la Santa Sede. Anche le scelte di molti stati obbligano sempre più spesso l'attuale Sommo Pontefice, pur così cauto e misurato, ad assumere posizioni intransigenti: com'è successo proprio di recente a proposito delle decisioni del presidente della Repubblica Francese nei confronti degli immigrati. Eppure, al tempo stesso, il lavoro teso alla restaurazione dell'unità fra tutti i cristiani, al quale la Santa Sede lavora instancabile soprattutto dai tempi del Vaticano II, prosegue senza sosta e con ottimi anche se non sempre evidenti ed espliciti risultati. Hanno già da tempo aderito al cattolicesimo, riconoscendo il "primato di Pietro" cioè del vescovo di Roma pur mantenendo la loro liturgia e il loro apparato ecclesiale e disciplinare, i maroniti libanesi, i greco-melkiti arabi, i cristiani d'Armenia. Siamo a ottimo punto soprattutto con la Chiesa episcopaliana statunitense (gli episcopaliani sono gli anglicani d'America, distaccatesi dalla chiesa d'Inghilterra il cui capo era il re e costituitisi in Chiesa "conciliare", governata dall'insieme dei vescovi), con quella evangelica tedesca, con alcune Chiese ortodosse (soprattutto la rumena: meno la greca e ancor meno la grande Chiesa patriarcale russa, che rivendica dignità pari a quella romana). Sul piano propriamente teologico, con tutte le altre Chiese cristiane resta da risolvere il problema del celibato del clero, che però rientra nelle questioni disciplinari e non propriamente teologiche, mentre evangelici e anglicani difendono altresì il dogma della consustanziazione rispetto a quello delle transustanziazione nel sacramento eucaristico e, soprattutto, il principio del sacerdozio estensibile alle donne. Sulla questione del sacerdozio femminile e su quella del "primato di Pietro" sembra che la Chiesa romana non sia granché incline a cedere. Ma, se l'unità assoluta e perfetta appare ancora lontana, nella pratica si lavora da tempo insieme specie nel campo della pastorale e in quello della carità. In Inghilterra, poi, l'alto clero anglicano sembra ormai tanto guadagnato alla causa unionista da esser definito "filocattolico" da molti dei suoi fedeli, che non approvano tale apertura: e la riscoperta d'un rigoroso e solenne linguaggio liturgico sembra essere stato l'elemento che più di ogni altro ha favorito il riavvicinamento. Vedremo insomma presto l'insegna bianco-gialla sventolare sulle guglie dell'abbazia di Westminster, non lontana del resto dall'omonima cattedrale cattolica? Non precipitiamo troppo eventi e conclusioni. La strada è ancora lunga, sia per un certo residuo di malintesi e di "antica ruggine", sia per i molti ostacoli derivanti dal fatto che il capo della Chiesa nazionale inglese è anche il capo dello stato britannico. Qualcuno dice che solo se l'Inghilterra diventasse una repubblica il cammino dell'unione sarebbe spianato. Ma non è detto, in quanto è proprio all'interno della dinastia regnante che negli ultimi tempi si è creata attenzione al tema della fine dello scisma che dura ormai da cinque secoli. Non resta che aspettare. E, come raccomanda il Santo Padre, pregare ut unum sint.

© Copyright Il Tempo, 14 settembre 2010 consultabile online anche qui.

4 commenti:

sonny ha detto...

Buongiorno carissimi. Questo viaggio in GB mi sta facendo venire l'orticaria. Qualche anima bella ha avuto tempo e voglia ( e stomaco) per vedere le due puntatone di ieri sera su BBC e Channel 4?

Anonimo ha detto...

L'ultima ricerca (2008) del protestante Christian Research Institute segnalava un trend numerico catastrofico per la Comunità Anglicana
http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/faith/article3890080.ece

Alberto

fr. A.R. ha detto...

Io l'ho visto ed è oltre ogni immaginazione. Disgustosamente architettato. Non so se parlarne nel blog

fr. A.R. ha detto...

Alla fine ne ho parlato:
http://www.cantualeantonianum.com/2010/09/come-minare-la-strada-prima-che-il-papa.html