giovedì 14 ottobre 2010

Voci dal Sinodo: dialogo interreligioso, pace e crescita della comunione tra i cristiani nella regione (Radio Vaticana)

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Voci dal Sinodo: dialogo interreligioso, pace e crescita della comunione tra i cristiani nella regione

La presenza al sinodo dei vescovi per il Medio Oriente di invitati speciali, rappresentanti dell’Ebraismo e dell’Islam, testimonia il ruolo prioritario dato dalla Chiesa al dialogo interreligioso. Ieri, come abbiamo ascoltato, il rabbino Rosen ha sottolineato la felice trasformazione del rapporto tra cattolici ed ebrei. Paolo Ondarza ha raccolto il commento di uno dei padri sinodali, mons. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi:

R. - Non dimentichiamo che il rappresentante ebraico rappresenta le nostre radici. La religione ebraica è la radice della fede cristiana. Abbiamo ascoltato il rabbino come rappresentante delle nostre radici.

D. - Ricordare queste radici è anche un importante punto di partenza per il dialogo interreligioso e per il dialogo con gli ebrei?

R. - Certamente. Noi lo facciamo con grande sincerità e con grande passione.

D. - Una prima riflessione sui lavori del Sinodo per il Medio Oriente...

R. - Direi che si svolgono con regolarità, come al solito nel Sinodo dei vescovi, ma anche con passione. Da quest’ultimo aspetto si vede l’animo orientale. Credo, quindi, che i frutti potranno essere molto buoni.

“Il ruolo dei cristiani in Medio Oriente è creare un’atmosfera di fiducia tra l’occidente e il mondo musulmano per lavorare ad un nuovo Medio Oriente senza guerra”. Così Gregorios III Laham, patriarchia di Antiochia dei Greco Melkiti e arcivescovo di Damasco, intervenendo al Sinodo. “La presenza cristiana – ha detto Gregorios III Laham – è minacciata dai cicli di guerre che si abbattono su questa regione e in particolare dal conflitto israelo-palestinese”. Ascoltiamolo al microfono di Paolo Ondarza:

R. - Il problema più profondo è quello di un conflitto che rovescia tutti i valori e tutte le relazioni del mondo intero. Sto parlando del conflitto israelo-palestinese. Molte altre crisi, secondo noi, sono state - più o meno - causate dal conflitto israelo-palestinese. Per questo motivo noi, qui dal Sinodo, possiamo incoraggiare la Chiesa cattolica a proseguire con proposte, iniziative e sforzi per la pace. Possiamo anche chiedere alla Comunità internazionale di fare tutto il possibile, ma oggi e non domani. E’ più urgente che mai lavorare per la pace: credo che questo sia il servizio più grande che si possa fare. Ecco perché propongo che dal Sinodo ci sia un appello urgente per la pace in Medio Oriente.

D. - E’ dal conflitto israelo-palestinese che dipende la serenità nel Medio Oriente?

R. - La serenità, la pace, la convivialità, l’armonia, la libertà di culto, la libertà religiosa. Inoltre la pace è la chiave per un dialogo islamo-crisitiano anche in Europa.

Come abbiamo già detto oggi al Sinodo è stata ribadita l’importanza dei mezzi di comunicazione per il Medio Oriente. “I media possono giocare un ruolo importante ed essere uno dei mezzi più idonei per creare una comunione vera tra le varie Chiese cattoliche” ha detto mons. Raphael François Minassian, esarca patriarcale di Cilicia degli Armeni per Gerusalemme e Amman. Ascoltiamolo al microfono di Paolo Ondarza:

R. – I cristiani hanno bisogno di vedere, di sentire i loro pastori. Attraverso i mezzi di comunicazione si può appagare la sete che la gente ha di vedere i volti di questi pastori. In questo modo tutti i fedeli potranno provare quella gioia che i primi cristiani avevano nel guardare gli apostoli. Dare la possibilità di guardare i propri pastori crea la comunità, genera unità. Quindi, quando c’è questa mancanza di contatto, quando non c’è questo ponte, è normale che a risentirne è la comunione dei fedeli.

D. - Crede che questo Sinodo possa in qualche modo incoraggiare un maggiore sviluppo dei mass media?

R. – Dipende da quanto i Padri sinodali vorranno fare. Attualmente tutte le iniziative esistenti sulla piazza mediorientale nel campo dei mass media sono iniziative individuali. Io spero che i Padri sinodali dicano: "noi come Chiesa cattolica in Medio Oriente adottiamo questo mezzo per tutte le Chiese senza differenziazione di cultura o di tradizione, perché quando i fedeli ci vedranno in televisione o ci ascolteranno alla radio, insieme, potremo dargli la forza". Io parlo per l’esperienza che ho fatto per più di 5 anni lavorando per Telepace Armenia; ho ricevuto chiamate di persone che, da lontano, mi hanno chiesto un aiuto.

D. – Non crede che questo progetto possa incontrare qualche opposizione, qualche resistenza?

R. – Sicuramente. Per questo si deve studiare, da una parte, la psicologia della Chiesa orientale o cattolica in Oriente, dall’altra la situazione sociopolitica o sociogeografica, perché noi ci troviamo in Paesi dove non c’è libertà di espressione.

D. – Dunque, in questi luoghi, un media cattolico potrebbe dar voce anche a chi non ha voce?

R. – Dar voce a chi non a voce per far capire prima di tutto ai sistemi politici o ai regimi di questi Paesi che vogliamo semplicemente esprimerci liberamente, senza attaccare o interferire con le altre religioni, ma parlare della nostra realtà come cristiani.

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