martedì 9 novembre 2010

Sagrada Familia, lo storico gesuita Garcia de Cortazar: «In quel tempio il riflesso delle radici cristiane dell’Europa» (Coricelli)

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Intervista allo storico gesuita Garcia de Cortazar: «Il progetto di Gaudì nasce da ricerca mistica e dialogo tra fede e ragione»

«In quel tempio il riflesso delle radici cristiane dell’Europa»

DI MICHELA CORICELLI

Un inno alla divinità, alla natu­ra, all’uomo e alla sua famiglia: la Sagrada Familia di Barcello­na ha conquistato il Pontefice.
Un tempio con un’infinita simbologia, a­perto a diverse interpretazioni, come spiega ad Avvenire una delle voci sto­riografiche più autorevoli nel paese i­berico: quella del gesuita Fernando Garcia de Cortazar, professore di sto­ria contemporanea all’Università di Deusto e autore di 59 libri (fra i quali una «Storia della Spagna» in italiano). Una delle chiavi per comprendere l’«opera magistrale di Antoni Gaudì – afferma – è che fu un tempio espiato­rio per i peccati del mondo operaio, del movimento anarchico, ma anche della borghesia. Dopo i problemi del­la rivoluzione liberale del XIX secolo, la Chiesa spagnola decideva di osten­tare in modo grandioso la fede con questo tempio e con la cattedrale di Madrid, l’Almudena».

Cosa sintetizzò Gaudì nella Sagrada Familia?

Da una parte il tempio riflette le in­quietudini religiose del genio del mo­dernismo catalano, che si apprezzano nella ricchissima simbologia cristia­na dell’edificio. Ma esprime anche la ricerca di Gaudì dell’arte globale. La Sagrada Familia è segnata dal carat­tere profondamente mistico dell’ar­chitetto, ma contiene anche l’altra a­nima di Gaudì: risponde, in fondo, al desiderio di affermazione catalanista, in linea con il Parco Guell, altra gran­de opera dell’artista a Barcellona.

Il Papa, durante la cerimonia di con­sacrazione, sembrava affascinato dalla bellezza del tempio...

È un’opera realmente abbagliante. Non a caso è Patrimonio dell’Uma­nità. Ed è anche il monumento più vi­sitato a Barcellona.

Il Pontefice, proprio dalla capitale ca­talana, ha lanciato un forte messag­gio in difesa della famiglia e della vi­ta...

È stato un discorso in linea con la sen­sibilità della Chiesa, che considera al­cune legislazioni un attentato contro la famiglia, il nucleo fondamentale della società. Naturalmente la visita ha avuto un carattere europeista, non solo spagnolo. Pensiamo all’impor­tanza di Santiago de Compostela co­me primo battito del cuore d’Europa. Quanto alla rivendicazione delle ra­dici cristiane dell’Europa, credo che solo un’interpretazione settaria po­trebbe negare il contributo del cri­stianesimo alla costruzione del con­tinente. Ovviamente, bisogna sempre evitare la tentazione del nazional-cat­tolicesimo.

Paradossalmente, in Spagna c’è chi si stupisce del messaggio papale in difesa della vita. Cosa ne pensa?

Mi sembra realmente magnifico lo sforzo del Pontefice che, con il suo grande livello intellettuale, cerca sem­pre di unire fede e ragione, dimo­strando che non sono antagoniste, ma al contrario: entrambe si fecondano e si complementano. Lo ha sempre fat­to, fin dagli inizi del suo pontificato, ri­badendo che la scienza non è nemi­ca della religione e che la fede si ma­nifesta anche attraverso la ragione.

Non pensa che anche la Sagrada Fa­milia, in fondo, sia proprio una sin­tesi fra fede e natura, religione e scienza?

Effettivamente questo era un dibatti­to molto acceso ai tempi di Gaudì: la natura o il sovrannaturale? Ma Dio manifesta la sua bellezza attraverso la natura. Come gesuita, sono rimasto colpito dalle citazioni che ha fatto il Pontefice nei suoi discorsi: due dei quattro santi che ha nominato erano gesuiti. E proprio Ignacio de Loyola, il nostro fondatore, aveva sviluppato quest’idea nei suoi esercizi spirituali: la contemplazione per raggiungere l’amore – diceva – era anche nell’os­servazione della natura, che ci porta a Dio. L’arte, in generale, ci porta a Dio.

© Copyright Avvenire, 9 novembre 2010

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