lunedì 8 marzo 2010

In uscita il libro "Karol e Wanda" di Giacomo Galeazzi e Francesco Grignetti: alcuni stralci del testo e un'intervista al giudice Priore


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INTERVISTA
Karol e Wanda, un'amicizia tra i misteri

Rosario Priore: «La Poltawska mi aiutò nell'inchiesta sull'attentato a Giovanni Paolo II»

GIACOMO GALEAZZI, FRANCESCO GRIGNETTI

Giudice Priore, il nostro libro è focalizzato sul ruolo di Wanda Poltawska e sulla sua amicizia protettiva verso il Papa. Che cosa ricorda di lei, sotto il profilo umano?

«La professoressa Poltawska è un personaggio di altissima statura. Ha giocato ruoli fondamentali durante gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II, continuando così la frequentazione, la prossimità e la condivisione di ideali che avevano preso le mosse dalla comune resistenza agli invasori tedeschi e russi durante il secondo conflitto mondiale. Emerse nella nostra mastodontica inchiesta allorché apparvero delle fotografie a dir poco inquietanti, che mostravano il Pontefice convalescente su una terrazza del palazzo apostolico. Erano foto scattate senza alcun dubbio dall’alto della cupola di San Pietro mediante un’apparecchiatura non occultabile agli occhi della vigilanza. Si trattava di teleobiettivi di una certa lunghezza, con relative custodie, che richiamavano alla memoria gli appunti di preparazione all’attentato custoditi da Agca in cui questi prevedeva due opzioni: arma corta, come avvenne quel disgraziato 13 maggio, o arma lunga per colpire da lontano. Di qui le preoccupazioni della professoressa, l’ansia per l’incolumità del Pontefice, oltre a quelle che nutriva per cure mediche che riteneva inadeguate e che l’assillavano. La signora Poltawska a me appariva animata da un forte affetto sororale nei confronti di un uomo e di un Papa che non aveva mai mostrato paura e si esponeva continuamente di persona. Indomito al punto da dire agli inviati del servizio segreto francese, che lo informavano di un piano ai suoi danni, che si rimetteva alla Provvidenza divina. Di fronte a uomo siffatto, con tale carattere e determinazione, le preoccupazioni non potevano non insorgere in Wanda».

Grazie alla sua ordinanza, conosciamo anche i sospetti che dilaniano l’Appartamento papale attorno alla visita del Pontefice in una parrocchia romana tre giorni prima dell’attentato. Lei cita ben tre utili interrogatori di Wanda Poltawska. Ebbe l’impressione che l’Appartamento pontificio volesse collaborare, sia pure indirettamente, alla sua inchiesta?

«L’Appartamento all’epoca di Giovanni Paolo II era composto quasi esclusivamente da polacchi. La cosa colpiva sicuramente tutti. Ma questa cortina di sicurezza a protezione dell’augusta persona, la «cintura polacca», era destinata inevitabilmente a determinare incomprensioni con la curia, erede di passate gestioni. Le stratificazioni sono fisiologiche nei palazzi del potere. Queste incomprensioni, però, dopo la catena di eventi - a partire dalle fotografie scattate nella residenza di Castel Gandolfo per finire all’attentato in piazza San Pietro - si mutarono nella cerchia polacca in sospetti nei confronti di chi avrebbe dovuto vigilare attorno al Papa e invece, a parte la dedizione dei singoli, mostrava falle vistose. Ricordiamo solo la lunga permanenza della pattuglia di fotografi in corrispondenza del muro di cinta della villa di Castel Gandolfo. Oppure la mancata intercettazione di colui che si apprestava a compiere l’attentato: Agca era un terrorista internazionale sul quale la sezione Interpol in Turchia aveva emesso avvisi di ricerca perché, dopo l’evasione dal carcere militare, risultava diretto in Europa».

Quell’Agca che aveva fatto il proclama di morte contro il Papa e che il vescovo Marcinkus, responsabile per la sicurezza durante le visite papali, ricordava bene.

«Ebbene, questo tizio che sembra aver preso parte anche a cerimonie papali, non è mai stato intercettato, fermato, catturato».

Sempre a proposito di quelle famose fotografie, risulta che un paio di mesi prima dell’attentato Licio Gelli le avesse intercettate presso i vertici della Rizzoli e «graziosamente» regalate al Papa con allusioni alla sicurezza vaticana che non funzionava e che lui avrebbe potuto garantire molto meglio. Millanterie, profezia, o qualcosa di peggio?

«Sicuramente non profezia, ma forse neanche millanteria. Con uomini suoi collocati nei gangli fondamentali dei servizi segreti e relazioni potenti anche fuori d’Italia, probabilmente avrebbe potuto fare di più, ma non so dire se di meglio o di peggio».

A un certo punto della sua ultima inchiesta, quella degli Anni Novanta, anche il segretario del Papa, don Stanislao, avrebbe voluto farsi interrogare. Ce ne può parlare meglio?

«Non si poteva trattare di un interrogatorio, ma di un incontro, un colloquio che sarebbe stato certamente utile e forse anche illuminante. Le difficoltà per realizzarlo, però, non erano poche; i varchi della Città del Vaticano erano più che vigilati, specie dopo l’attentato, e sia io sia il segretario del Papa non potevamo certo attraversarli senza essere intercettati. Per non dire, poi, che ogni passaggio da uno Stato all’altro comunque deve essere notificato. Non c’era soluzione, e alla fine questo colloquio non ci fu. Da parte mia, lo avrei aiutato a esprimere qualsiasi cosa che avesse potuto aiutare l’inchiesta».

Fu Wanda a cercare di organizzare questo colloquio?

«Sì, ovviamente è stata lei. La professoressa mostrava una certa aspettativa che da quell’incontro venisse fuori qualche cosa di nuovo. Ebbi l’impressione che in quell’ambiente si nutrisse fiducia nella nuova inchiesta. Per anni avevano visto operazioni di parata, ma con poco costrutto. Filoni inquinati. E quindi pensavano vi fosse la possibilità di un salto qualitativo. Posso dire che appariva una certa fiducia, la speranza di poter superare gli ostacoli che per anni avevano impedito di fare luce».

Tra voi vi fu anche una breve corrispondenza privata. Senza violare ragioni di opportunità e di privacy, che cosa può dirci?

«Nulla. Il segreto epistolare deve essere mantenuto non solo dal destinatario ma anche dal mittente».

Dottor Priore, le sue conclusioni.

«Al mistero dell’attentato, forse il delitto più grave del secolo, non c’è ancora una soluzione. Probabilmente saranno necessari decenni, se non secoli, per venirne a capo. Dobbiamo sperare nell’apertura degli archivi. Alla luce del principio opus iustitiae pax, l’opera della giustizia porta la pace, possiamo solo dire che sull’inchiesta non c’è pace perché non s’è fatta ancora giustizia».

© Copyright La Stampa, 7 marzo 2010 consultabile online anche qui.

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