domenica 24 gennaio 2010

Dopo la visita del Papa in Sinagoga tra ebrei e Chiesa non ci sono più ombre (Fontana)


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Dopo la visita del Papa in Sinagoga tra ebrei e Chiesa non ci sono più ombre

di Stefano Fontana

Il papa aveva molte strade da percorrere nel suo discorso alla sinagoga di Roma di domenica scorsa. Poteva glissare sulle leggi razziali e le deportazioni, poteva parlare di amicizia e collaborazione su temi umanitari, poteva polemicamente rintuzzare le false accuse alla Chiesa, poteva puntare sulla diversità oppure sull’unità, poteva addirittura far leva sulle divisioni del mondo ebraico stesso, poteva insinuare o alludere, ammiccare o promettere, blandire o stuzzicare.
Ha invece scelto la strada di parlare in modo chiaro ed esaustivo, di non tralasciare nessun tema sul tappeto e di fare giustizia del passato in modo che si possa guardare avanti e non più indietro. Perché il passato che tanto pesa nei rapporti tra ebrei e cattolici – pesa in tutti i sensi sia positivo che negativo – non sia più zavorra che appesantisce il cammino comune ma diventi invece un motivo in più per farlo a passi leggeri e spediti.
Cattolici ed ebrei hanno intrapreso un “Cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia”, hanno una “comune eredità”, e “una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici. Tornano le espressioni già scritte nel Catechismo della Chiesa cattolica, già fissate nella Nostra Aetate del Vaticano II, già pronunciate da Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986 proprio nella sinagoga di Roma e poi davanti al Muro del Tempio a Gerusalemme il 26 marzo 2000; già dette da Benedetto XVI il 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz. Benedetto XVI ricorda perfino con pignoleria i mille fatti che testimoniano la volontà di amicizia della Chiesa cattolica nei confronti degli Ebrei. Oltre a quelli visti qui sopra, ricorda il documento del 16 marzo 1998 Noi Ricordiamo: una riflessione sulla Shoah della Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo; La dichiarazione su Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana della Pontificia Commissione Biblica del 2001; il pluriennale lavoro del Comitato Internazionale congiunto cattolico-ebraico e dalla Commissione Mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d'Israele. Una insistenza minuziosa per documentare che non è vero che non ci siamo parlati, non è vero che la Chiesa cattolica è chiusa, se Giovanni Paolo II ha chiesto addirittura perdono a Dio per quanti, anche cristiani, lungo la storia hanno fatto soffrire gli Ebrei.
Parole chiare anche sulle leggi razziali e sulle deportazioni degli ebrei romani: “In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall'insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne”. Il riferimento alla mobilitazione voluta da Pio XII delle chiese, dei conventi e dei fedeli romani a protezione degli ebrei è discreto ma non perciò meno chiaro, come anche l’accenno non direttamente a Pio XII ma alla Sede apostolica che “ svolse un'azione di soccorso, spesso nascosta e discreta”. Un modo per dire senza irritare la sensibilità altrui. Ma la cosa più importante è l’affermazione che “La memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l'accoglienza”. Una lettura del passato fatta in chiave di fiducia e speranza, quindi diversa da quanti, anche tra gli ebrei italiani, in nome del passato avevano nei giorni scorsi negato legittimità ed utilità a questo incontro.
Ma forse la cosa migliore del discorso del papa consiste nell’aver precisato i campi di collaborazione, senza tuttavia limitarli ad un generico umanesimo. Il dialogo interreligioso è spesso condotto sui temi della pace, dei diritti umani o della salvaguardia del creato. Anche la collaborazione con gli Ebrei è stata indicata da Benedetto XVI su temi di questo genere. Egli infatti ha individuato nel Decalogo un terreno di comune condivisione e testimonianza: per rispettare il creato, per difendere la vita e la dignità della persona, per promuovere la santità della famiglia, la giustizia e la pace. Però non li ha ridotti a terreni orizzontali di collaborazione. Ha fatto molto di più. Ha detto che “E' scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli Ebrei”. Non è solo questione di buona volontà, che può venire anche a mancare, né di generica filantropia, ma è questione che attiene la natura stessa della Chiesa la quale non sarebbe se stessa senza questa amicizia. Dai patriarchi proviene secondo la carne Cristo. Solo su questo solido terreno è possibile fondare una amicizia altrettanto solida.
E’ sempre un esercizio utile, all’indomani di questi avvenimenti storici, confrontare il loro significato e le loro conseguenze con le anticipazioni, le dicerie, le apprensioni, le polemiche, che le avevano precedute. Il rabbino capo di Roma aveva detto che il tempo avrebbe detto se avesse avuto ragione lui ad invitare il papa oppure il rabbino Laras che aveva considerata inopportuna la visita. Ebbene, questo tempo è già avvenuto, già da subito si è capito che aveva ragione lui e che ha avuto ragione Benedetto XVI ad accogliere l’invito e a parlare come ha parlato. Chi c’era il 16 aprile 1986 quando Giovanni Paolo II varcò per la prima volta per un papa la soglia della sinagoga di Roma sarà senz’altro stato contento di esserci anche domenica scorsa, quando a fare quel gesto è stato il suo successore.

© Copyright L'Occidentale, 18 gennaio 2010

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